INDEX LINKED, TRAPPOLE PER I RISPARMIATORI?


Uno dei fenomeni che ha contraddistinto l’industria del risparmio italiano negli ultimi anni è stato il forte deflusso dai fondi comuni di investimento, a favore di prodotti ad “alto contenuto finanziario” come vengono definiti, ossia le index linked.
Banche, compagnie assicurative e posta ne hanno collocate indistintamente a tutti i loro clienti, indipendentemente dall’età, dal profilo finanziario e dalla propensione al rischio, in molti casi facendo leva sulla garanzia della restituzione del capitale versato alla scadenza.
Ma la loro diffusione è da attribuirsi alla bontà del prodotto od a fattori non propriamente legati all’interesse dei risparmiatori?
Innanzitutto sotto il nome di index linked, che significa letteralmente collegato ad un indice, possiamo trovare sia obbligazioni, sia polizze assicurative; le index linked, infatti, sono contratti nei quali il valore del capitale assicurato dipende dall’andamento di uno o più indici azionari, panieri di azioni, valute, materie prime o altri panieri di riferimento.
Generalmente lo strumento è composto da due parti: l’acquisto di un’obbligazione zero coupon, che dà il rendimento garantito alla scadenza, ed un derivato dal quale si spera di ottenere un’extra-performance.
Nel caso delle polizze ciò che molto spesso non viene detto al cliente, ed è scritto solo nei prospetti informativi, talvolta nemmeno consegnati, è che a garantire la restituzione del capitale non è però la compagnia assicurativa che propone il prodotto, ma un terzo soggetto, cioè l’emittente dello zero coupon che sta alla base del funzionamento di questo contratto e di cui spesso il risparmiatore ne ignora l’esistenza.
Cosi’, se lo zero coupon non viene pagato alla scadenza, oppure quando la controparte con cui è stato stipulato il derivato va in default, come nel caso di Lehman, o delle banche islandesi, la garanzia della restituzione del capitale al termine del periodo contrattuale non spetta più alla compagnia assicurativa che ha confezionato e venduto la polizza al cliente.

Ecco quindi che l’ignaro risparmiatore, che si era sentito dire allo sportello che il suo investimento era sicuro e garantito, si ritrova il rischio pressoché interamente a suo carico.
Ma oltre a questo aspetto, spesso ignorato all’atto dell’investimento, la sottoscrizione di questi prodotti è conveniente per un risparmiatore?
Normalmente garantiscono il capitale ed un rendimento minimo indicato nel contratto.
La durata è generalmente compresa tra i 5 e gli 8 anni ed il disinvestimento prima della scadenza è sempre decisamente penalizzante per il cliente.
Una delle principali leve di vendita delle polizze index linked è che in caso di morte prematura dell’assicurato il capitale è esente da tasse di successione e le somme accantonate sono impignorabili e insequestrabili. Peccato che per il risparmiatore privato questo aspetto sia del tutto irrilevante.
Quasi sempre le index linked sono scommesse ad handicap: le probabilità di avere alla scadenza una performance superiore a quella di un tranquillo Btp di pari durata è molto scarsa. Questo perché vengono applicati costi e commissioni implicite che incidono mediamente nella misura del 6,75% dell’importo versato.
Ciò significa che formalmente si paga 100 un bene che già in partenza ne vale poco più di 93. Insomma, scenari poco esaltanti per chi cerca, pur nella sicurezza, lo sprint dato da un investimento legato a titoli azionari o indici, spesso non acquistabili direttamente.
Si diceva prima che le index linked abbinano un’ obbligazione, che garantisce il rimborso a scadenza, ad una opzione collegata all’andamento delle Borse. E’ da questa opzione che scatta, eventualmente, il diritto all’ extra performance, se si verificano determinate condizioni.
Peccato che quasi sempre tale plus si riveli solo virtuale, in quanto la performance è basata su complesse formule matematiche calcolate con criteri poco trasparenti e del tutto cervellotici, spesso studiati ad arte per penalizzare l’investitore.
Cosi’, tranne che in pochissimi casi, a scadenza l’investitore si ritrova a malapena col capitale investito qualche anno prima, che chiaramente ha perso potere d’acquisto per effetto dell’inflazione. Infatti mille euro di oggi non sono uguali a mille euro tra otto anni. E’ una banale regola di matematica finanziaria che inganna quasi tutti i clienti.
In sostanza, quasi mai questi prodotti si rivelano dei buoni investimenti per il risparmiatore, mentre sono sempre un ottimo affare per le Banche e le compagnie assicurative che li collocano per aumentare la loro redditività a scapito dell’interesse del cliente.
Per i risparmiatori e’ quindi sempre preferibile investire direttamente in prodotti meno costosi, più trasparenti e meno vincolanti, che permettono di sfruttare al meglio la volatilità dei mercati senza tenere immobilizzate inutilmente somme per troppo tempo.

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