La crisi del Monte dei Paschi, i derivati e i Monti Bond

La crisi del Monte dei Paschi è al centro dell’attenzione delle cronache nell’ultimo periodo.

La crisi del Monte dei Paschi ha molte cause. In questo periodo si parla dell’operazione chiamata Santorini, con la quale Deutsche Bank avrebbe aiutato la banca senese a mitigare una perdita di 367 milioni di euro. Ne abbiamo accennato recentemente in un articolo.

Molti lettori ci hanno scritto in questi giorni per capire cosa sono i derivati di cui si parla. Cerchiamo di capirne di più.

Crisi del Monte dei Paschi

Crisi del Monte dei Paschi

Relativamente agli strumenti derivati se ne parla molto e spesso a sproposito, in quanto talvolta vengono ingiustamente demonizzati. La loro diffusione si è notevolmente amplificata all’inizio del Duemila per opera di tutte le istituzioni finanziarie, mondiali ma anche italiane.

I derivati si chiamano in questo modo in quanto il loro valore “deriva” dall’andamento di un sottostante che può essere rappresentato da un tasso di interesse, un’azione o un indice azionario, un tasso di cambio, merci ecc…

Le finalità dei derivati sono sostanzialmente due:

  • proteggere un’attività già in portafoglio da movimenti avversi del sottostante (derivato di copertura).
  • Prendere una posizione speculativa, sfruttando quello che in finanza si chiama effetto leva, nel caso lo strumento non sia associato ad un’altra posizione già in portafoglio (derivato speculativo).

Specialmente in questo secondo caso i derivati hanno avuto un impatto particolarmente negativo sull’intera economia mondiale. I giganti della finanza internazionale attraverso i derivati hanno scaricato le conseguenze della grave crisi globale sui settori produttivi dell’economia reale (imprese), ma anche sugli enti pubblici. Quindi di riflesso su tutta la collettività.

Nel caso del Monte dei Paschi è bene precisare che non tutte le operazioni di cui si parla in questo periodo sono relative ad operazioni in derivati. In particolare le operazioni denominate “Alexandria” e “Santorini” rappresentano investimenti effettuati da parte della Banca in Btp a lunga durata. Sono stati finanziati attraverso operazioni di pronti contro termine, le cui cedole sono state oggetto di swap al fine di gestire il rischio tasso assunto.

I Monti Bond sono invece un “finanziamento” che lo Stato ha erogato al Monte dei Paschi ad un costo del 9%.

Non esiste una scadenza pattuita per il rimborso. Ma si sa che sul prestito da 3,9 miliardi di euro che il tesoro si è impegnato a sottoscrivere entro l’1 di marzo, saranno applicati:

  • interessi cedolari annui del 9% per i primi due anni;
  • successivamente il tasso crescerà dello 0,50% all’anno, fino ad un massimo del 15%.

Gli interessi relativi al debito che Monte Paschi avrà nei confronti dello Stato impatteranno molto pesantemente sul nuovo piano industriale. Per recuperare tali costi, presumibilmente, si dovrà ricorrere a tagli e riorganizzazioni del personale. E molto probabilmente si dovrà ricorrere all’emissione di prodotti che possano garantire assicurare alla banca l’incasso di corpose commissioni.

La crisi del Monte dei Paschi non è certo di facile soluzione.

La strada che dovrà imboccare il management della Banca per sistemare i propri conti e soprattutto per ritrovare credibilità presso i risparmiatori si presenta piuttosto lunga ed impervia…

Fabrizio Taccuso 


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