La moltiplicazione dei costi in banca

La moltiplicazione dei costi in banca costituisce l’argomento dell’articolo di questa settimana.

Al sig. E.B. cliente di un importante gruppo bancario, è stata proposta recentemente la consulenza a pagamentoCi ha scritto una mail in cui dice “Leggo con interesse gli sviluppi riguardanti la consulenza finanziaria indipendente, consapevole dei conflitti d’interesse del mondo bancario. Per motivi personali, sinora, sono sempre rimasto legato alla mia banca storica. Tuttavia dopo l’ultimo incontro con il private banker, che mi segue già da alcuni anni, sono rimasto molto perplesso. In pratica mi è stato detto che la banca partirà con un nuovo servizio ai cosiddetti clienti vip e per questo dovrei pagare una parcella del 1,5% sulle somme investite nell’amministrato e 0,50% sulle somme in risparmio gestito. Vorrei che mi spiegasse se ciò è corretto, dal momento che il mio consulente non mi ha mai consigliato Etf, azioni ed obbligazioni, ma solo prodotti emessi o venduti dalla banca.

Costi in banca

Costi in banca

Le difficoltà in cui si imbattono le banche italiane, dovute principalmente all’aumentare delle sofferenze, le ha spinte a cercare nuovi modi per aumentare la loro redditività. Negli ultimi anni avevano puntato soprattutto su:

  • collocamento di prodotti di raccolta diretta (normalmente obbligazioni emesse dalla stessa banca);
  • prodotti di tipo assicurativo (che hanno commissioni occulte molto alte e vincoli di durata piuttosto lunghi).

La nuova frontiera che diverse banche stanno percorrendo già da un po’ di tempo è la consulenza a parcella. In pratica le banche fanno pagare ai loro clienti un importo, calcolato in percentuale,  a titolo di consulenza “ad alto valore aggiunto”.

Purtroppo la normativa italiana è piuttosto nebulosa. E’ fatta in modo tale da incasinare volutamente le idee ai risparmiatori.

Noi di Consulenza Vincente pensiamo che il fatto che le banche eroghino la consulenza a parcella sia eticamente scorretto, per vari motivi. Le banche sono in conflitto d’interesse, e quindi sollecitano  clienti a sottoscrivere quei prodotti che per loro natura sono più remunerativi per la banca stessa. Come scrive il nostro lettore non consigliano Etf o obbligazioni di terzi che sono strumenti senza dubbio più efficienti. Il motivo è semplice: non fanno guadagnare la banca.
Se il cliente compra un Btp che scade nel 2021 e lo porta a scadenza, la banca guadagna solo al momento dell’acquisto sulla commissione di negoziazione.  Se invece viene sottoscritto un fondo comune o peggio ancora un prodotto assicurativo, la banca guadagna tutti gli anni.

Sino alla scadenza le viene retrocessa una commissione in percentuale sull’importo investito.

L’introduzione della consulenza a pagamento, nel caso dei fondi comuni, porta il cliente a pagare una terza volta dopo che:

  • è stata già pagata una commissione per la sottoscrizione iniziale;
  • si aggiunge sempre la commissione di gestione annua (entrambe vengono retrocesse per una parte dalle società prodotto alla banca stessa).

Le banche dicono di aver ampliato la loro offerta con prodotti di altre case di investimento. Parlano di architettura aperta, ma tutto questo porta ad una eccessiva ed inutile moltiplicazione di costi.  Ovviamente incide in maniera eccessiva sulle performance degli investimenti.

In considerazione di tutto ciò che abbiamo elencato:

Non vale proprio la pena sostenere un costo aggiuntivo per pagare la consulenza della banca.

La consulenza deve essere indipendente e per questo deve essere erogata da soggetti privi di conflitti d’interesse, remunerati  esclusivamente dal cliente. 

Fabrizio Taccuso 

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