Capital gain: cos’è e come si calcola

Capital gain è il termine tecnico che indica la plusvalenza realizzata dalla compravendita di uno strumento finanziario.

Cosa trovi in questo post:

Capital gain, in pratica, è il guadagno in conto capitale e rappresenta la base imponibile per la tassazione delle rendite finanziarie.

In Italia i regimi di tassazione previsti per i capital gain sono tre:

  • dichiarativo;
  • amministrato;
  • gestito

Con il regime dichiarativo il contribuente assolve agli obblighi tributari attraverso la presentazione della dichiarazione dei redditi. Nel momento in cui il capital gain é erogato da intermediari, questi si limitano a rilevare le operazioni e segnalano i dati all’Amministrazione finanziaria che incrocia poi i dati contenuti nella dichiarazione dei redditi.

Il regime del risparmio amministrato presuppone l’esistenza di un rapporto di custodia o amministrazione con un intermediario residente. Tale soggetto provvede a determinare le plusvalenze e/o minusvalenze realizzate sugli strumenti finanziari.

Infine nel regime del risparmio gestito abbiamo un incarico di gestione patrimoniale affidato ad un intermediario residente che applica l’imposta sostitutiva sul risultato positivo maturato nel periodo d’imposta (sommando sia capital gain sia redditi di capitale).

La casistica di gran lunga più diffusa riguarda il regime del risparmio amministrato, di cui parleremo in questo articolo.

Il capital gain può derivare dalla compravendita di:

  • titoli azionari;
  • quote societarie;
  • etf e fondi comuni di investimento;
  • valute;
  • obbligazioni;
  • titoli di Stato;
  • opzioni e futures.

Come si calcola la tassazione del capital gain

Si ottiene calcolando la differenza tra prezzo di vendita o rimborso (al netto di eventuali commissioni) e il prezzo di acquisto o sottoscrizione (comprensivo di commissioni).

Nel caso di titoli azionari comprati in più tranche si calcola un prezzo medio in base alla media dei prezzi di ogni operazione d’acquisto, ponderata con le quantità.

Quando in un solo giorno effettui più operazioni sia di acquisto che di vendita, il prezzo medio deriva dalla media dei prezzi di ogni acquisto/vendita ponderata per le quantità acquistate/vendute.

Il Decreto Legge n. 66 del 24/04/2014 ha stabilito l’innalzamento dal 20% al 26% dell’aliquota sul Capital Gain, ovvero sugli interessi e sui guadagni di natura finanziaria. La legge è entrata in vigore il 1° luglio 2014.

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Il Capital Gain, tratto dal sito di Borsa Italiana

Il capital gain costituisce una parte del rendimento di uno strumento finanziario, in quanto oltre a esso puoi ottenere anche interessi e dividendi.

Conferme ed eccezioni alla tassazione del capital gain

La tassazione del Capital Gain al 26% si applica anche ai dividendi staccati dalle singole azioni, così come agli Etf e ai Fondi Comuni d’investimento, con l’eccezione di quelli al cui interno sono contenuti titoli di Stato. In questo caso tale componente influisce nella tassazione finale per il 48,08%.

Infatti il Capital Gain sui titoli di Stato, cioè Bot, Btp, Cct e Ctz beneficia di una tassazione diversa, pari al 12,5%, allo stesso modo dei titoli emessi da enti pubblici (regioni, province e comuni), delle obbligazioni di organismi internazionali come World Bank e BEI e i bond di stati esteri che fanno parte della così detta “white list”, ossia la lista dei Paesi con i quali esiste uno scambio di informazioni.

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La tassazione del capital gain (dal sito Borsa Italiana)

Le Minusvalenze o Capital Loss

Le Minusvalenze sono il contrario del Capital Gain. Rappresentano le perdite derivanti dall’attività di compravendita di strumenti finanziari, depurate da eventuali interessi maturati e dagli oneri accessori. In pratica tutte le volte che vendi un’attività finanziaria a un prezzo più basso del prezzo di acquisto.

Nel momento in cui realizzi una minusvalenza puoi utilizzarla per abbattere la tassazione di eventuali plusvalenze future. Le minusvalenze generano un credito fiscale che puoi recuperare dalle plusvalenze conseguite nello stesso anno e/o nei successivi 4 anni.

La distinzione tra redditi di capitale e redditi diversi

Devi fare molta attenzione perché non è sempre possibile recuperare le minusvalenze. Il fisco italiano distingue i rendimenti in due categorie:

  • redditi da capitale;
  • redditi diversi

Alcuni strumenti finanziari non ti consentono di recuperare le minusvalenze. SI tratta di tutti quei redditi  caratterizzati dalla certezza e dalla prevedibilità e legati alla gestione diretta del capitale. Sono relativi a:

  • Etf;
  • fondi comuni di investimento;
  • dividendi azionari;
  • cedole di obbligazioni;
  • proventi di polizze e assicurazioni;
  • interessi di conto corrente

che, secondo il fisco italiano, generano i così detti “redditi di capitale”.

Strumenti che compensano le minusvalenze

Le minusvalenze sono invece compensabili con gli strumenti che generano ”redditi diversi”, ossia:

Un’efficace gestione dei capital gain è un valore aggiunto del Consulente Finanziario Indipendente.

L’attenzione alla fiscalità consente di ottimizzare il Portafoglio e ottenere nel tempo rendimenti decisamente superiori. Analizzando i portafogli dei clienti gestiti da banche e promotori finanziari, mi accorgo che quest’aspetto è del tutto trascurato creando spesso danni e perdite rilevanti.

La conseguenza è che paghi il 26% di imposte tutte le volte che guadagni, ma non compensi quasi mai le perdite (minusvalenze).

Ciò accade perché banche e reti di promozione finanziaria collocano i soliti prodotti da budget, ossia fondi comuni di investimento, polizze assicurative e gestioni patrimoniali che non ti consentono di recuperare le perdite. 

Un altro aspetto importante da considerare è la finanza comportamentale che ci insegna che tendiamo a procrastinare nel tempo il dolore derivante dalla chiusura di posizioni in perdita. Questo comporta che vendiamo i titoli migliori del portafoglio appena sono in guadagno e manteniamo, invece, a lungo quelli in perdita.

Ti invito a contattarmi per approfondire l’argomento e valutare le migliori soluzioni per te. Un’imposta lecitamente non pagata rappresenta un’imposta risparmiata.

Fabrizio Taccuso | Consulenza Vincente

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