Come valutare un portafoglio finanziario: costi, rendimento e rischi

Scopri come valutare un portafoglio finanziario, quali sono le analisi dei costi da tenere in considerazione, come gestire il rischio degli investimenti e come confrontare i benchmark.
Cosa trovi in questo articolo:
Come valutare un portafoglio attraverso rendimento, rischio, costi, benchmark e obiettivi finanziari

Come valutare un portafoglio e capire se i propri investimenti stanno funzionando davvero?

Bisogna leggere il rendimento insieme al rischio assunto, ai costi sostenuti e a un parametro di confronto coerente. Infine, occorre verificare se il portafoglio è adeguato agli obiettivi per i quali il denaro è stato investito.

Immagina di ricevere il rendiconto della banca. Il portafoglio è in guadagno e il consulente commenta: «È stato un buon anno». Potrebbe avere ragione. Ma una percentuale positiva non basta a dimostrarlo.

Quanto hanno reso i mercati nei quali eri investito? Quanto hai pagato? Quali rischi hai corso? Il risultato è coerente con la relazione tra rischio e rendimento? E, soprattutto, gli investimenti sono adatti alle tue necessità?

Un portafoglio può guadagnare ed essere inefficiente. Può anche attraversare un periodo negativo senza essere costruito male.

Per distinguere le due situazioni serve un metodo.

Come valutare un portafoglio correttamente

La valutazione del portafoglio deve collegare i risultati ottenuti alle scelte che li hanno prodotti e alle esigenze dell’investitore.

Cosa verificareCosa permette di capire
RendimentoQuanto ha guadagnato il capitale, considerando correttamente versamenti, prelievi e proventi.
RischioQuali perdite potresti affrontare e quali concentrazioni stai assumendo.
CostiQuanto paghi complessivamente per prodotti e servizi finanziari.
BenchmarkCome si sono comportati gli investimenti rispetto a un riferimento coerente.
Obiettivi e scadenzeSe il portafoglio è adatto all’utilizzo previsto del denaro.

Consulenza Vincente

Investire con la certezza
di un metodo

Come valutare un portafoglio

1. Rendimento

Quanto hai
guadagnato davvero?

2. Rischio

Quali perdite
puoi sostenere?

3. Costi

Quanto paghi
per prodotti e servizi?

Portafoglio

È efficiente e adatto
ai tuoi obiettivi?

4. Benchmark

Il confronto è
davvero coerente?

5. Obiettivi

Il capitale sarà disponibile
quando servirà?

Non conta solo quanto rende. Conta come ottiene il risultato.

L’ultima verifica è decisiva.

Un investimento può essere valido in sé e risultare inadatto a finanziare una spesa vicina. Allo stesso modo, un portafoglio poco volatile può non offrire prospettive sufficienti per raggiungere un obiettivo molto lontano.

Per questo la valutazione deve partire dalla pianificazione finanziaria: prima si definiscono obiettivi, priorità e scadenze; soltanto dopo si giudica se gli investimenti sono adeguati.

Prima di domandarti quanto rende il portafoglio, chiarisci quindi a cosa serve quel capitale e quando dovrà essere disponibile.

Come valutare il rendimento del portafoglio

Il primo errore consiste nel confondere l’aumento del saldo con il rendimento degli investimenti.

Supponiamo che all’inizio dell’anno il portafoglio valga 200.000 euro. Durante l’anno versi altri 30.000 euro e, alla fine, il controvalore raggiunge 240.000 euro.

Il patrimonio è aumentato di 40.000 euro, ma 30.000 li hai aggiunti tu.

In assenza di altri movimenti, il risultato economico prodotto dagli investimenti è quindi di 10.000 euro. Per calcolare correttamente il rendimento percentuale occorre però conoscere anche la data del versamento: quei 30.000 euro potrebbero essere rimasti investiti per undici mesi oppure soltanto per poche settimane.

Limitarsi a confrontare il saldo iniziale con quello finale può quindi produrre un risultato sbagliato.

Versamenti, prelievi, cedole e dividendi

Un report attendibile deve considerare tutti i flussi che hanno interessato il portafoglio:

  • versamenti;
  • prelievi;
  • cedole;
  • dividendi;
  • rimborsi;
  • distribuzioni;
  • eventuali trasferimenti.

Cedole e dividendi fanno parte del rendimento complessivo anche quando vengono accreditati su un conto diverso dal deposito titoli. Se sono già compresi nella performance riportata, però, non devono essere aggiunti una seconda volta.

Lo stesso vale per i trasferimenti tra conti appartenenti allo stesso investitore. Se entrambi i rapporti rientrano nell’analisi complessiva, il passaggio di denaro dall’uno all’altro è un movimento interno, non un nuovo investimento.

TWR e MWR: due rendimenti che rispondono a domande diverse

Per valutare la performance di un portafoglio si utilizzano principalmente due metodi:

  • TWR, rendimento ponderato per il tempo: neutralizza l’effetto dei versamenti e dei prelievi esterni. È particolarmente utile per confrontare la gestione con un benchmark.
  • MWR, rendimento ponderato per il capitale: considera l’importo e la data dei flussi. Descrive più da vicino il risultato ottenuto dal denaro effettivamente investito.

In termini semplici, il TWR aiuta a giudicare come si sono comportati gli investimenti; il MWR descrive più da vicino il risultato sperimentato dall’investitore, considerando quando e quanto denaro è entrato o uscito dal portafoglio..

I due risultati possono essere diversi senza che uno dei due sia necessariamente sbagliato. Rispondono a domande differenti.

Non devi obbligatoriamente eseguire questi calcoli da solo. Devi però poter chiedere:

«Come è stata calcolata questa percentuale?»

Se chi ti presenta il rendimento non sa spiegartelo, il problema non è la matematica. È la trasparenza.

Rendimento cumulato, annualizzato e reale

Un guadagno del 20% in cinque anni non equivale a un rendimento composto del 4% annuo.

Il rendimento annualizzato corrispondente è di circa il 3,7%.

Il rendimento cumulato descrive il risultato complessivo dell’intero periodo. Quello annualizzato trasforma tale risultato in un tasso composto annuo equivalente. Non significa che ogni anno il portafoglio abbia ottenuto la stessa performance.

Occorre poi distinguere il rendimento nominale da quello reale.

Se il capitale cresce del 4% e nello stesso periodo i prezzi aumentano del 3%, il potere d’acquisto cresce di poco meno dell’1%, prima di considerare eventuali imposte e costi non ancora inclusi.

Un rendimento nominalmente positivo può quindi produrre un incremento molto limitato della ricchezza reale.

Infine, chiedi sempre che cosa significhi la parola “netto” nel rendiconto:

  • al netto dei costi dei prodotti?
  • anche dei costi di consulenza?
  • al netto delle imposte?
  • al netto dell’inflazione?

Una parola rassicurante può nascondere basi di calcolo molto diverse.

Come valutare il rischio del portafoglio

Il rendimento racconta una parte del risultato. Il rischio aiuta a capire quale percorso potresti dover affrontare per ottenerlo.

La volatilità non coincide con il rischio. Misura l’ampiezza delle oscillazioni, ma non descrive tutte le conseguenze che un investimento può produrre sul patrimonio e sugli obiettivi dell’investitore.

Il drawdown indica invece la perdita subita rispetto a un precedente valore massimo.

Entrambi gli indicatori sono utili, ma non esauriscono l’analisi.

Un portafoglio può presentare oscillazioni contenute e avere comunque una concentrazione eccessiva su un singolo emittente. Uno strumento poco negoziato può mostrare prezzi apparentemente stabili ed essere difficile da vendere quando serve.

Per valutare il rischio bisogna considerare anche:

  • solidità degli emittenti;
  • sensibilità delle obbligazioni alle variazioni dei tassi;
  • esposizione alle valute;
  • concentrazioni geografiche e settoriali;
  • liquidabilità degli strumenti;
  • scadenze degli obiettivi;
  • possibilità di dover vendere durante una fase negativa.

La perdita massima osservata nel passato è un’informazione utile, ma non rappresenta un limite alle perdite future.

Tradurre il rischio in euro e in conseguenze

Dire «posso tollerare un ribasso del 20%» è facile quando i mercati salgono.

Su un portafoglio di 300.000 euro, una flessione del 20% significa vedere il controvalore scendere a 240.000 euro: 60.000 euro in meno.

È uno scenario illustrativo, non una previsione. Ma rende la domanda concreta.

Potresti sostenere quella perdita senza compromettere spese, progetti e serenità familiare? Riusciresti a rimanere investito? Oppure avresti bisogno di vendere proprio durante la fase negativa?

Il profilo di rischio deve collegare tre dimensioni:

  • disponibilità emotiva ad accettare oscillazioni;
  • capacità economica di sostenere perdite;
  • rischio necessario per perseguire gli obiettivi.

Una persona può essere psicologicamente disposta a rischiare molto senza avere una situazione economica che glielo consenta. Può anche avere un patrimonio consistente, ma non riuscire a sopportarne le oscillazioni.

Il questionario MiFID è un punto di partenza, ma non sostituisce una valutazione approfondita.

Quanto sono utili gli indicatori di rischio?

Anche indicatori come l’indice di Sharpe possono contribuire all’analisi.

Lo Sharpe rapporta il rendimento ottenuto oltre un tasso considerato privo di rischio alla volatilità sostenuta. In linea generale, aiuta a confrontare quanto rendimento sia stato generato per ogni unità di rischio.

Non rappresenta però un certificato di qualità.

Il risultato dipende dal periodo analizzato, dalla frequenza dei dati, dal tasso utilizzato e dal comportamento dei mercati. Inoltre, la volatilità non comprende tutti i rischi ai quali l’investitore è esposto.

Nessun indicatore statistico può sostituire il giudizio complessivo sul portafoglio.

Benchmark: con cosa confrontare il portafoglio?

Il benchmark è un parametro utilizzato per confrontare i risultati di un investimento o di un portafoglio. Può essere un indice di mercato oppure una combinazione di più indici.

Senza un riferimento appropriato, il rendimento rischia di essere giudicato soltanto in base alle aspettative dell’investitore o al racconto di chi ha venduto i prodotti.

Se il tuo portafoglio contiene il 40% di azioni globali e il 60% di obbligazioni in euro, confrontarlo esclusivamente con l’S&P 500 è poco significativo. Stai mettendo a confronto esposizioni, rischi e composizioni differenti.

Un riferimento più coerente potrebbe combinare un indice azionario globale e un indice obbligazionario adatto alle caratteristiche della componente effettivamente detenuta.

Questa allocazione rappresenta soltanto un esempio didattico, non una proposta di investimento.

Il benchmark deve riflettere l’asset allocation del portafoglio, cioè la sua distribuzione effettiva fra azioni, obbligazioni, liquidità e altre classi di investimento.

Come valutare un portafoglio rispetto al benchmark

Per capire come valutare un portafoglio rispetto al benchmark, occorre verificare che il confronto utilizzi criteri omogenei.

Devono essere coerenti:

  • periodo di osservazione;
  • valuta;
  • trattamento di cedole e dividendi;
  • eventuale copertura del rischio di cambio;
  • durata e qualità creditizia delle obbligazioni;
  • pesi delle diverse asset class;
  • regole di ribilanciamento;
  • costi e trattamento fiscale.

Se il rendimento del portafoglio comprende i dividendi, anche il benchmark deve comprenderli. Infatti, confrontare una performance “total return” con un indice che considera soltanto l’andamento dei prezzi altera il risultato.

Bisogna inoltre distinguere un indice teorico da un investimento concretamente realizzabile.

Un indice non sostiene costi operativi, fiscali o di negoziazione. Un ETF o un fondo che tenta di replicarlo sì. Per questo può essere utile affiancare al benchmark teorico anche un’alternativa realmente acquistabile.

Il benchmark deve essere coerente con la strategia, non scelto dopo aver osservato il risultato.

Un benchmark comodo non è necessariamente un benchmark corretto. Se il parametro di confronto viene cambiato, nascosto o reso deliberatamente poco comprensibile, l’investitore non può sapere se sta pagando per una gestione capace di creare valore o semplicemente per replicare male il mercato.

Eventuali modifiche al benchmark devono avere una motivazione comprensibile e documentata.

Quanto dovrebbe rendere un buon portafoglio?

Non esiste una percentuale valida per tutti.

Un rendimento del 5% può essere soddisfacente in un contesto e deludente in un altro. Dipende dalla composizione del portafoglio, dal rischio assunto, dal periodo osservato e dal comportamento dei mercati di riferimento.

Nemmeno battere il benchmark risolve ogni problema.

Potresti aver superato il mercato assumendo rischi incompatibili con le tue esigenze. Può valere anche il contrario. Un portafoglio può restare temporaneamente indietro rispetto al benchmark perché mantiene una quota di liquidità necessaria, assume meno rischio oppure rispetta vincoli personali che l’indice non possiede. Lo scostamento va spiegato, non giudicato automaticamente.

Lo scostamento deve essere spiegato, non giudicato automaticamente.

Esistono, quindi, due verifiche distinte e sono entrambe necessarie:

  1. efficienza rispetto a un riferimento coerente;
  2. adeguatezza rispetto agli obiettivi dell’investitore.

Come valutare i costi del portafoglio

I costi riducono il capitale che resta a disposizione dell’investitore. Per questo devono essere identificabili, comprensibili e giustificabili.

L’analisi deve comprendere sia i costi dei prodotti sia quelli dei servizi:

  • commissioni di gestione;
  • consulenza;
  • negoziazione;
  • custodia;
  • cambio valuta;
  • ingresso e uscita;
  • eventuali commissioni di performance;
  • costi amministrativi e assicurativi.

Un esempio aiuta a comprenderne l’ordine di grandezza.

Su un patrimonio ipotizzato costante di 300.000 euro:

Costo complessivo annuoImporto annuo
2%6.000 euro
0,7%2.100 euro
Differenza3.900 euro

Le percentuali sono ipotesi illustrative, non tariffe riferite a specifici intermediari. Mostrano però perché differenze apparentemente modeste meritino attenzione.

Il costo si ripete ogni anno e sottrae capitale che non potrà produrre rendimenti futuri. Nel lungo periodo l’effetto non è soltanto la somma delle commissioni pagate, ma comprende anche il rendimento che quelle somme non potranno più generare.

Anche l’ESMA monitora periodicamente costi e performance dei prodotti finanziari destinati agli investitori retail, perché le commissioni incidono direttamente sui risultati netti ottenuti nel tempo.

Dove trovare i costi effettivi

Il punto di partenza è il rendiconto MiFID sui costi e oneri, da leggere insieme alla documentazione dei prodotti e ai contratti dei servizi.

Il KID, quando previsto, aiuta a comprendere i costi stimati del prodotto. Il rendiconto annuale mostra invece i costi effettivamente sostenuti dal cliente nel periodo considerato.

Le informazioni devono essere riconciliate, non sommate indiscriminatamente.

Attenzione anche alla performance. Il rendimento calcolato sul valore della quota di un fondo incorpora normalmente già i costi addebitati al patrimonio del prodotto. Sottrarli una seconda volta falserebbe il risultato.

Allo stesso modo, confrontare il solo costo di un ETF con quello di un servizio completo è scorretto. Nel confronto deve rientrare anche l’eventuale parcella del consulente indipendente.

Un costo elevato richiede una spiegazione convincente. La complessità del prodotto, da sola, non è una spiegazione.

Se un prodotto costa molto ma si comporta stabilmente come il proprio benchmark, l’investitore non sta pagando una gestione realmente attiva. Sta acquistando, a caro prezzo, un risultato che potrebbe spesso ottenere con strumenti più semplici e trasparenti.

Il prodotto meno costoso non è automaticamente il migliore. Ma un prodotto costoso deve dimostrare quale valore aggiunge e perché quel valore non possa essere ottenuto in modo più efficiente.

Diversificare un portafoglio non significa riempirlo di strumenti e basta

Un portafoglio con venti fondi può essere meno diversificato di uno composto da pochi strumenti ben selezionati.

Conta ciò che gli strumenti possiedono, non soltanto quanti nomi compaiono nell’estratto conto.

Un fondo azionario globale, un ETF sull’S&P 500 e un fondo tecnologico possono condividere esposizioni rilevanti alle stesse grandi società americane. Aggiungerli senza analizzarne il contenuto può aumentare una concentrazione già presente.

La diversificazione del portafoglio deve essere osservata attraverso:

  • asset class;
  • emittenti;
  • settori;
  • aree geografiche;
  • valute;
  • scadenze;
  • fonti di rischio.

Anche lavorare con più banche richiede una visione complessiva. Ogni intermediario potrebbe averti proposto prodotti differenti nel nome ma molto simili nei contenuti.

Distribuire il patrimonio tra più banche può diversificare alcuni rischi operativi e di controparte. Non garantisce, però, la diversificazione degli investimenti sottostanti.

Ogni strumento deve avere una funzione

Per ciascuna posizione dovresti riuscire a rispondere ad alcune domande:

  • quale funzione svolge?
  • quanto pesa sul portafoglio?
  • quali esposizioni aggiunge?
  • quali rischi introduce?
  • è coerente con gli obiettivi?
  • esiste un’alternativa più semplice o efficiente?

Una posizione piccola non è necessariamente inutile. Deve però avere una funzione riconoscibile.

Analogamente, detenere fondi sovrapposti non significa pagare automaticamente due volte la stessa percentuale sull’intero patrimonio. Significa poter sostenere costi e complessità evitabili per esposizioni molto simili.

La frammentazione diventa un problema quando rende difficile comprendere, controllare e mantenere la strategia.

Un esempio di valutazione corretta del portafoglio

Consideriamo un caso interamente ipotetico.

Un investitore dispone di 300.000 euro distribuiti fra due banche. Durante l’anno non effettua versamenti né prelievi e termina il periodo con 315.000 euro, includendo i proventi rimasti nel portafoglio.

Il rendimento è del 5%, già al netto dei costi considerati nel report ma prima delle imposte personali.

A prima vista il risultato appare positivo. L’analisi evidenzia però:

  • un benchmark coerente che ha reso il 6,5%;
  • costi complessivi rilevanti, già inclusi nel rendimento;
  • diversi fondi con esposizioni simili;
  • una spesa prevista di 60.000 euro entro due anni.

La sottoperformance rispetto al benchmark è di 1,5 punti percentuali, ma il dato non ne spiega automaticamente la causa. Occorre distinguere l’effetto dei costi, della composizione, della liquidità e delle scelte di gestione.

Le sovrapposizioni richiedono una verifica della diversificazione. La spesa futura impone invece di capire quale parte del patrimonio potrà essere resa disponibile senza dipendere eccessivamente dall’andamento dei mercati.

La conclusione non è «vendere tutto», ma individuare le eventuali modifiche utili, considerando fiscalità, costi di uscita, minusvalenze e funzione degli strumenti.

Il guadagno è reale. La qualità del portafoglio deve comunque essere verificata.

Quali documenti servono per valutare un portafoglio?

Per comprendere come valutare un portafoglio in modo attendibile, bisogna partire da informazioni complete. Per una prima fotografia servono strumenti, codici ISIN, quantità e controvalori aggiornati:

  • elenco degli strumenti;
  • codici ISIN;
  • quantità;
  • prezzi di carico;
  • controvalori aggiornati;
  • valuta di denominazione.

Invece, per ricostruire correttamente i risultati sono necessari anche:

  • valori iniziali e finali del periodo;
  • versamenti e prelievi con le relative date;
  • cedole, dividendi e altre distribuzioni;
  • rendiconti di performance;
  • metodologia utilizzata;
  • rendiconto dei costi e degli oneri;
  • documentazione dei prodotti e dei servizi.

Una lista dei titoli permette di analizzare la composizione attuale, ma non basta per ricostruire correttamente il rendimento storico.

Vanno poi aggiunte le informazioni personali: obiettivi, scadenze, spese previste, riserve disponibili e capacità di sostenere perdite.

Non è indispensabile raccogliere tutto prima di iniziare. L’estratto del dossier titoli e il rendiconto MiFID permettono già una prima valutazione; gli altri documenti servono per ricostruire con maggiore precisione performance, movimenti e costi.

Ogni quanto controllare gli investimenti?

Una revisione annuale può rappresentare un buon punto di partenza, da adattare alla situazione personale.

Alcuni cambiamenti possono richiedere una verifica anticipata:

  • pensionamento;
  • eredità;
  • vendita di un’attività;
  • acquisto di un immobile;
  • nuove esigenze familiari;
  • variazioni rilevanti del reddito;
  • avvicinamento di un obiettivo;
  • forti scostamenti dall’asset allocation stabilita.

Controllare non significa necessariamente comprare o vendere.

A volte il risultato di una buona analisi è confermare le scelte già fatte. Altre volte può essere necessario ribilanciare, semplificare o sostituire strumenti inefficienti.

Il processo di investimento deve prevedere criteri di revisione comprensibili, evitando che ogni notizia economica diventi un motivo per cambiare direzione.

Monitorare il portafoglio significa verificare se la strategia continua a essere coerente. Guardare le quotazioni ogni giorno significa spesso soltanto alimentare l’ansia.

Come capire se il consulente sta lavorando bene

Un anno positivo non dimostra abilità e un anno negativo non dimostra incompetenza.

I mercati possono aiutare un portafoglio mediocre e penalizzarne temporaneamente uno ben costruito.

Puoi però verificare se il consulente:

  • spiega costi e rischi;
  • utilizza benchmark appropriati;
  • motiva le operazioni;
  • rende comprensibile il portafoglio;
  • collega le scelte agli obiettivi;
  • controlla gli investimenti detenuti presso diversi intermediari;
  • evita movimentazioni prive di una ragione concreta;
  • ti assiste anche durante le fasi negative.

Report incomprensibili, confronti incoerenti e continue sostituzioni di prodotti meritano un approfondimento.

La consulenza finanziaria indipendente permette di analizzare con una visione unitaria gli investimenti detenuti presso banche e intermediari diversi.

Il consulente indipendente viene remunerato dal cliente e non riceve commissioni per il collocamento dei prodotti. Può quindi valutare ciò che possiedi senza dover difendere ciò che qualcuno ti ha venduto.

Il suo valore deve emergere dalla qualità dell’analisi, dalla trasparenza e dalle decisioni prese nel tuo interesse. Non da promesse di rendimento.

Il portafoglio deve poter essere spiegato. Se per capire dove sono i tuoi soldi serve decifrare una collezione di sigle, manca un pezzo del servizio.

Domande frequenti su come valutare un portafoglio

Posso valutare il portafoglio con Excel?

Excel può aiutare a organizzare strumenti, pesi, costi e movimenti. Può anche calcolare i rendimenti considerando le date dei flussi, purché i dati siano completi e il metodo utilizzato sia corretto. È più difficile ricostruire esposizioni sottostanti, sovrapposizioni e rischi dei prodotti. Un foglio ben compilato è una base utile, non una valutazione completa.

Posso analizzare insieme investimenti detenuti in banche diverse?

Sì. Occorre raccogliere dati riferiti alle stesse date e rendere confrontabili i rendiconti. I trasferimenti tra rapporti inclusi nell’analisi complessiva sono movimenti interni e non devono essere trattati come nuovi versamenti o prelievi. La visione consolidata permette di individuare esposizioni e sovrapposizioni che ogni banca, osservando soltanto la propria parte, potrebbe non rilevare.

Quanti anni di dati servono per giudicare i risultati?

Non esiste una durata universale. Un solo anno offre informazioni limitate; periodi più lunghi permettono di osservare condizioni differenti. Anche cinque anni possono essere poco rappresentativi se dominati da una sola fase di mercato. Bisogna inoltre verificare se strategia, composizione, gestore o livello di rischio siano cambiati durante il periodo.

Un portafoglio che rende meno del benchmark deve essere cambiato?

Non automaticamente. Prima bisogna verificare se il benchmark è corretto e comprendere le cause dello scostamento. Una sottoperformance persistente associata a costi elevati merita attenzione, ma qualsiasi modifica deve considerare rischi, fiscalità, minusvalenze, costi di uscita e obiettivi. Inseguire il vincitore dell’ultimo anno può creare nuove inefficienze.

Posso chiedere un secondo parere se ho già un consulente?

Sì. Una valutazione indipendente può confermare la validità delle scelte oppure individuare aspetti da migliorare. Non comporta necessariamente cambiare banca o sostituire tutti gli investimenti. Serve a prendere decisioni con informazioni più chiare e una visione complessiva del patrimonio.

Il tuo portafoglio merita una valutazione, non una rassicurazione

«Sta andando bene» è una conclusione. Prima dovrebbero esserci numeri, confronti e spiegazioni.

Sapere come valutare un portafoglio significa sostituire le impressioni con verifiche comprensibili e documentate. Un rendimento positivo non basta se non sai quanto rischio hai assunto, quanto hai pagato e come si sono comportati investimenti paragonabili.

Con il check-up finanziario indipendente di Consulenza Vincente possiamo verificare:

  • se il rischio del portafoglio è coerente con i tuoi obiettivi e con le perdite che puoi realmente sostenere;
  • quanto incidono costi, frammentazione e sovrapposizioni;
  • se i risultati ottenuti sono adeguati rispetto alla strategia e a parametri di confronto coerenti.

L’obiettivo non è cambiare investimenti per forza. È distinguere ciò che funziona da ciò che potrebbe essere reso più semplice, trasparente ed efficiente.

Richiedi il check-up gratuito del tuo portafoglio e scopri se il tuo patrimonio sta lavorando per i tuoi obiettivi o se sta soprattutto remunerando i prodotti e gli intermediari che li hanno collocati.

Fabrizio Taccuso — Consulenza Vincente

I TUOI INVESTIMENTI RENDONO POCO? IL PROBLEMA POTREBBE ESSERE NEI COSTI.

L’investitore medio italiano paga tra il 2% e il 3,5% l’anno in commissioni nascoste. Su 300.000 € sono oltre 7.000 € l’anno.

Esiste un documento che rivela tutti questi costi: il Rendiconto MiFID. La tua banca è obbligata a fornirtelo. Ti aiuto a trovarlo e a leggerlo, gratis.

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