Investire in Asia, perché può rappresentare un’opportunità

da | Ott 19, 2021 | Attualità e Mercati | 0 commenti

Investire in Asia, il momento migliore, secondo diversi analisti, potrebbe essere ora.

Investire in Asia significa prendere posizioni su un’area estremamente vasta, ancora sottopesata nei portafogli.

La ricchezza dell’Asia sta crescendo e il continente asiatico non è più solo un produttore di beni per i consumatori occidentali. L’espansione della sua stessa classe media alimenta un forte consumo interno.  

Cina e India rappresenteranno il 45% della classe media globale entro il 2030

Fonte: previsioni Oxford Economics, Refinitiv Datastream, Pictet Asset Management

I punti chiave

Il Caso Evergrande

Nell’articolo di fine agosto riguardante le azioni cinesi, abbiamo fatto una panoramica piuttosto completa sul problema Cina. D’allora la situazione non è migliorata, se consideriamo che dal mese di settembre è scoppiato il caso Evergrande, la seconda società real estate del Paese, proprietaria fra le altre, della famosa squadra di calcio Guangzhou, allenata da Fabio Cannavaro.

In pratica Evergrande presenta una situazione debitoria di ben 305 mld di dollari ed è sull’orlo del fallimento. Ha saltato il pagamento delle cedole e dei bond in scadenza ed il governo cinese non sembra intenzionato ad intervenire. A questo punto, secondo i termini di legge, Evergrande avrà trenta giorni di tempo dalla scadenza dei bond per pagare il debito o per trovare un accordo con i creditori al fine di evitare il default.

Nonostante questa situazione, il mercato azionario ha dato prova di tenuta, o meglio, di essere ben controllato dalle autorità monetarie cinesi. La crisi in corso è piuttosto anomala, in quanto non è stata accompagnata da una svalutazione monetaria incontrollata o da un mercato obbligazionario oggetto di deflussi. 

A oggi, tuttavia, non vogliamo focalizzarci sul mercato cinese; ma osservare come negli ultimi tre mesi siano cambiate le correlazioni tra le borse asiatiche (in primis la Cina) e quelle occidentali.

Tabella correlazioni fine Giugno

Tabella correlazioni fine Giugno

 

Tabella correlazioni fine Settembre

Tabella correlazioni fine Settembre

A fine giugno, come puoi notare, la correlazione tra Cina e Usa era pari a 0,89, ossia nella media storica.

Ciò stava a significare che i due mercati reagivano con lo stesso segno in modo quasi totalitario.

A settembre la correlazione tra Usa e Cina si é praticamente capovolta, vale a dire che ad un ribasso dell’indice cinese, corrispondeva una reazione addirittura positiva dello SP500.

Negli ultimi dieci anni questa anomalia si è verificata solo una volta e ha portato ai risultati espressi nel grafico sotto.

Confronto azionario Usa - Cina

Confronto azionario Usa – Cina

 

Infatti, una situazione simile anche se non così esasperata, l’abbiamo vista a cavallo tra il 2014 e il 2015. In quel caso fu la Cina ad esplodere verso l’alto, contrariamente ad un indice SP500 piuttosto fiacco. Il gap fu ricucito in soli 12 mesi. In termini temporali, ad oggi, sembra ben maturata la fase di ricongiungimento.

Sarà la Cina a salire o lo SP500 a scendere?

Nel dubbio sembra convenire un riposizionamento, se non sulla Cina almeno sulla parte asiatica, rispetto agli Usa, perché le correlazioni si sono compresse verso il basso.

Ma quali sono le ragioni di questa forte discesa della correlazione?

A  fronte della dinamica vista è doveroso segnalare come i mercati azionari occidentali abbiano decisamente invertito anche la correlazione con il cambio Eur-Usd. Una volta accadeva che un rialzo di detto cross fosse seguito con una probabilità vicina al 100% da mercati azionari positivi. Negli ultimi tre mesi sembra essersi capovolto tutto.

Il motivo di tutto ciò è da ricercare nella dinamica di flussi e deflussi, tanto chiara quanto anomala.

Gli investitori istituzionali di tutto il Mondo hanno semplicemente attuato smobilizzi sulla parte dell’azionario Cina per riposizionarsi sulle borse occidentali. Questo ha rafforzato non solo il gap tra il Dragone e gli Usa (che nel paniere MSCi World hanno un peso del 60%) ma anche il Dollaro. Ad oggi, quindi, ci troviamo in presenza di posizioni fortemente accentrate sui mercati occidentali che ne hanno determinato una tenuta dei prezzi. Tutto ciò nonostante il venir meno di alcuni fattori chiave, come:

  • i tassi di mercato;
  • il rallentamento economico;
  • soprattutto il probabile Tapering.

In sostanza i mercati azionari occidentali non solo hanno beneficiato del Quantitative Easing, tutt’oggi in essere, ma hanno visto abbondare la liquidità a causa dei flussi provenienti dalla Cina.

Viene da domandarsi quindi, quanto stiano scontando i prezzi di certe borse, alla luce anche di quanto accaduto sul mercato cinese, che comunque rappresenta la seconda economia al Mondo per dimensione.

Basti pensare che Apple fattura in Cina il 15% sul totale, ma questa cifra sale al 30% se consideriamo il resto dell’Asia compreso il Giappone. Sulle stesse cifre o quasi viaggiano colossi quali Google e Microsoft, ma non sono da meno tutto il resto delle multinazionali. Gli stessi numeri si presentano se prendiamo in considerazione Siemens o Volkswagen, tanto per portare altri esempi.

Il mercato asiatico rappresenta oltre il 60% della popolazione mondiale. Investire in Asia oggi è più a buon mercato rispetto alle borse occidentali.

Un modo per approdare al mercato asiatico evitando di assumere un rischio Cina troppo elevato, è sicuramente quello di considerare Etf che consentano un’ampia diversificazione e abbraccino più Paesi, tra cui il Giappone. Negli ultimi mesi, infatti, ha diminuito anch’esso la correlazione con l’indice americano.

Il Giappone – Indice Nikkey

Il mercato giapponese, fra i Paesi più evoluti, è sicuramente quello più sensibile alla dinamica asiatica. A differenza dei Paesi occidentali, il Giappone si trova ancora alle prese con la deflazione, nonostante il caro energia che sta interessando il Mondo. Rispetto ad un anno fa i prezzi sono scesi dello 0,20% contro il +5% registrato negli Usa.

 

Giappone - Indice Nikkey

Giappone – Indice Nikkey

 

La grande pecca del Giappone è rappresentata dal debito pubblico, il più alto al Mondo, che ammonta al 266% del Pil. Tuttavia tale debito è detenuto per oltre il 50% dalla Banca Centrale giapponese (BOJ), mentre il resto è in mano alle banche e fondi pensioni giapponesi. In pratica il debito estero è quasi inesistente e questo grazie ai forti surplus registrati in passato, ad oggi molto ridimensionati.

Anche il debito delle famiglie, dopo un lento deleverage, è risalito decisamente al di sopra dei livelli raggiunti nel 2007, ma rimane ancora al di sotto del picco toccato tra il 1990 e il 2000.

Nel mese di novembre, il Giappone ritornerà alle urne, ma il risultato è pressoché scontato, in quanto difficilmente il Partito Liberal Democratico perderà le elezioni. Questo dovrebbe dar modo a Fumio Kishida, diventato primo ministro dopo le dimissioni di Suga, di governare nella prossima legislazione.

Fumio Kishida è stato ministro degli Esteri durante il governo di Shinzo Abe e il suo programma prevede un piano di investimenti molto ambizioso. Qualche problemino non mancherà riguardo ai rapporti con la Cina, in quanto è un sostenitore dell’alleanza tra Stati Uniti e Giappone. Inoltre ha parlato più volte dell’importanza di contrastare l’espansione militare della Cina nell’area del Pacifico.

Da un punto di vista finanziario, il suo programma dovrebbe essere una ripetizione di quanto visto tra il 2012 e il 2013 durante il governo Abe. In quel caso il programma economico aggressivo fu decisamente appoggiato dalla BOJ che mise sul campo un Quantitative Easing monster. In pochi mesi permise alla Borsa giapponese di mettere a segno il 90%, mentre lo yen perse circa il 60% contro il dollaro.

Una vittoria di Fumio Kishida, pertanto, creerebbe le basi per un rally molto interessante sulla Borsa giapponese. Tuttavia, nel caso di un investimento non coperto da rischio cambio potrebbe essere vanificato da una probabile svalutazione dello Yen, causata appunto dalla creazione di nuova moneta da parte della Boj.

Oltre alla Cina continentale e al Giappone sono presenti tre aree chiave per investire in Asia:

  • Taiwan e Corea che sono mercati maggiormente sviluppati con un Pil simile a Italia e Spagna;
  • India, la cui spesa è rivolta alla crescita e alla infrastrutture;
  • Asia in via di sviluppo (Filippine, Taiwan, Indonesia, Vietnam).

Per investire in Asia esistono Etf che consentono di prendere posizione sull’intero continente asiatico, oppure su singoli Paesi. E’ possibile acquistare su Borsa Italiana sia strumenti a cambio aperto oppure con la copertura del rischio di cambio che consigliamo ad esempio sulla Borsa giapponese.

In alcuni casi è consigliabile l’acquisto di fondi comuni di investimento, in quanto in queste aree il bravo gestore attraverso la gestione attiva, può dare un valore aggiunto. 

Negli ultimi anni è cresciuto notevolmente anche il mercato obbligazionario.

Rappresenta sicuramente un’opportunità interessante, sia nel settore dei titoli di Stato che in quello societario, per aumentare i rendimenti e diversificare ulteriormente il tuo portafoglio.

La Cina è ora il secondo mercato obbligazionario più grande al mondo. Le obbligazioni cinesi offrono rendimenti attorno al 3%, più alti rispetto ai rendimenti minimi di molti altri Paesi. Tra le altre cose migliorano anche la diversificazione in una valuta che potrebbe ulteriormente rafforzarsi.

Come sempre ti consigliamo di rivolgerti a un consulente finanziario indipendente che ti può aiutare a porre in essere una pianificazione finanziaria efficace e a scegliere i migliori strumenti presenti sul mercato.

Fabrizio Taccuso

 

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Investire in Asia, perché può rappresentare un’opportunità

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