Mercati e crisi geopolitica: cosa fare con il portafoglio | Intervista su Plus24

La mia intervista su Plus24, l'inserto settimanale de Il Sole 24 Ore, dedicata alla gestione del portafoglio in tempo di crisi geopolitica. Con l'attacco di Stati Uniti e Israele all'Iran del 28 febbraio 2026 e il rischio concreto di blocco dello Stretto di Hormuz, i mercati sono tornati sotto pressione. Spiego perché in questi momenti la scelta razionale è restare investiti, come ribilanciare il portafoglio e, soprattutto, perché la protezione si costruisce prima delle crisi, non durante.
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Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno lanciato un attacco congiunto contro l’Iran con l’obiettivo dichiarato di neutralizzarne le ambizioni nucleari, riaprendo un fronte geopolitico che i mercati finanziari globali non potevano ignorare. Esplosioni a Teheran, rappresaglie iraniane sulle basi americane, missili verso Israele: in poche ore, quello che era un rischio calcolato è diventato un conflitto aperto, con conseguenze che vanno ben oltre la cronaca militare.

Le borse hanno reagito come fanno sempre in questi casi: con volatilità, vendite impulsive e fuga verso i beni rifugio, alimentando nei risparmiatori quel senso di urgenza che spinge a fare qualcosa, qualsiasi cosa, pur di non restare fermi a guardare. È esattamente in questi momenti, però, che l’emotività diventa il peggior nemico dell’investitore. E sono esattamente questi i momenti in cui ho scelto, da tempo, di parlare chiaro ai miei clienti e a chiunque voglia ascoltare.

Plus24, l’inserto settimanale de Il Sole 24 Ore dedicato al risparmio e agli investimenti, mi ha interpellato su questi temi. Di seguito trovate il contesto e le riflessioni che ho condiviso, insieme alle mie indicazioni pratiche per chi si chiede cosa fare adesso con il proprio portafoglio.

Il contesto militare ed economico

Per capire la portata di questa crisi non basta seguire gli aggiornamenti militari. Il conflitto in atto si inserisce in una tensione che aveva già prodotto un primo ciclo di attacchi nel giugno 2025, quando Stati Uniti e Israele colpirono le infrastrutture nucleari iraniane nel corso di quella che fu poi definita la “guerra dei dodici giorni”. Il raid del 28 febbraio 2026 è quindi un secondo atto di uno scenario già avviato, con l’Iran che risponde con missili e con attacchi alle basi americane nella regione, e con l’intera architettura degli approvvigionamenti energetici mondiali a fare da sfondo tutt’altro che silenzioso.

Ed è proprio qui che entra in gioco il vero nervo scoperto di questa crisi. Come ho spiegato nell’intervista:

“Il nervo scoperto è lo Stretto di Hormuz, snodo strategico da cui transita circa un quinto dei flussi globali di petrolio e una quota simile del commercio mondiale di Gnl. Se le rotte venissero ostacolate in modo prolungato, il rischio non sarebbe soltanto un picco del prezzo del greggio: sarebbe una nuova spinta inflazionistica, con banche centrali costrette a frenare l’allentamento monetario”.

Lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia attraverso cui passa circa il 20% del petrolio mondiale e una quota rilevante del gas naturale liquefatto. Una sua chiusura prolungata, o anche solo una sua destabilizzazione significativa, avrebbe effetti a cascata sull’intera economia globale: prezzi dell’energia in rialzo, inflazione in risalita, banche centrali costrette a rimandare i tagli ai tassi che mercati e imprese attendono. Una dinamica che trasformerebbe uno shock militare localizzato in un problema strutturale per le economie occidentali.

Cosa fanno i mercati in tempo di guerra

La storia dei mercati finanziari racconta una verità spesso controintuitiva: le crisi geopolitiche, anche quelle più drammatiche, tendono a essere assorbite nel tempo dai fondamentali economici. JP Morgan Asset Management ha analizzato 40 anni di rendimenti dell’indice MSCI World, dal 1986 ad oggi, rilevando che in 28 anni su 40 l’indice ha chiuso l’anno in territorio positivo, nonostante cali intra-annuali anche del 15-20% registrati in ciascuno di quegli anni. Il messaggio è chiaro: la volatilità di breve periodo è la norma, non l’eccezione, e cedere a essa ha quasi sempre un costo.

La tentazione più diffusa nei momenti di crisi è quella di uscire dal mercato in attesa che si calmi la situazione, per poi rientrare “quando tornerà la calma”. È una strategia che suona ragionevole ma che, in pratica, funziona raramente. Su questo sono diretto:

“Nelle crisi geopolitiche la regola è quella di evitare decisioni emotive. Uscire adesso con l’idea di rientrare ‘quando torna la calma’ raramente funziona: il mercato si muove prima che l’investitore riesca a reagire e il rischio è vendere basso e ricomprare alto”.

Il motivo è strutturale: i mercati prezzano le aspettative, non gli eventi già accaduti. Quando la situazione si stabilizza, il rimbalzo è già avvenuto. Chi ha venduto nel momento di massima paura si ritrova a dover rientrare a prezzi più alti, avendo cristallizzato la perdita e mancato la ripresa.

La domanda giusta durante i periodi di crisi

Di fronte a una crisi come questa, la domanda corretta non è “devo uscire dal mercato?“. È una domanda ben più profonda e personale, che ho posto così nell’intervista:

“Il portafoglio è costruito per reggere uno shock senza costringermi a scelte irreversibili?”

È una domanda che sposta il focus dall’evento esterno — la guerra, il prezzo del petrolio, i titoli di giornale — alla struttura del proprio investimento, al suo equilibrio interno, alla sua reale capacità di tenuta. Un portafoglio costruito bene, coerente con l’orizzonte temporale e il profilo di rischio dell’investitore, non dovrebbe richiedere interventi d’urgenza a ogni scossone geopolitico. E quando gli interventi sono comunque necessari, non devono essere dettati dalla paura, ma da una logica di ribilanciamento razionale.

Come orientare le scelte di portafoglio

Per chi si trova a dover rivedere le proprie posizioni in questo contesto, la mia indicazione è precisa:

“Per un portafoglio ben diversificato e coerente con il proprio orizzonte temporale, in genere la scelta razionale è restare investiti e, semmai, ribilanciare.”

Gli asset da privilegiare in questa fase sono la liquidità, le obbligazioni di qualità a medio-breve scadenza come i Treasury americani e i Bund tedeschi, i titoli inflation-linked — strumenti che proteggono dall’erosione del potere d’acquisto in caso di nuova fiammata inflazionistica — e l’oro, che considero una vera e propria “assicurazione da stress“, un elemento stabilizzatore che tende a muoversi in direzione opposta al rischio. Sul fronte opposto, ha senso ridurre l’esposizione sull’azionario ciclico, sui mercati emergenti, già sotto pressione per il rafforzamento del dollaro e il caro energia, e su comparti specifici come le compagnie aeree e i trasporti, direttamente colpiti dall’aumento del costo del carburante e dall’incertezza sulle rotte commerciali.

Proteggersi prima delle crisi, non durante

C’è un aspetto di questa situazione che va oltre la gestione dell’emergenza immediata e che ritengo fondamentale. L’ho sintetizzato così nell’intervista:

“Il portafoglio si protegge prima delle crisi, non durante. Chi aveva diversificazione geografica, una quota di asset reali e un orizzonte temporale coerente con il proprio profilo non ha nulla di urgente da fare. Chi invece scopre oggi le fragilità si trova a dover fare scelte in condizioni di svantaggio, sotto pressione emotiva e con meno margine di manovra”.

È questa la lezione strutturale che ogni crisi geopolitica, da quella del Golfo in poi, non ha mai smesso di ripetere: la resilienza di un portafoglio non si costruisce nel momento del pericolo, ma nei lunghi mesi di apparente tranquillità che lo precedono. Quando i mercati salgono e tutto sembra andare bene, è il momento giusto per chiedersi quanto si è davvero esposti, quanto si può reggere senza cedere al panico e se la propria costruzione finanziaria è all’altezza degli scenari peggiori.

Perché i mercati, come la storia dimostra, si riprendono. La domanda è se l’investitore è ancora a bordo quando lo fanno.

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Fabrizio Taccuso | Consulenza Vincente

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