Pensione integrativa, come scegliere la migliore

da | Gen 22, 2018 | Consulenza patrimoniale | 8 commenti

Pensione integrativa è la forma di previdenza complementare, fiscalmente agevolata, che va ad aggiungersi alla pensione obbligatoria.

La pensione integrativa è una forma di risparmio facoltativa che costituisce il secondo pilastro del sistema pensionistico italiano. Per attivarla è necessario versare in un fondo pensione. Come abbiamo visto nell’articolo precedente ci sono tre tipi di fondi pensione:

  • fondi chiusi (o fondi negoziali) che si basano su accordi fra le organizzazioni imprenditoriali e sindacali e sono riservati a singole categoria di lavoratori;
  • fondi aperti gestiti da società private, gestione del risparmio, banche e compagnie assicurative;
  • piani individuali pensionistici che si basano su una polizza assicurativa caso vita

Qual è il fattore principale su cui basare la scelta del tipo di pensione integrativa?

E’ fondamentale tenere conto dell’incidenza dei costi che gravano sugli investimenti. Il parametro più adatto per confrontare l’onerosità delle diverse alternative, in termini certi, è rappresentato dall’Indicatore sintetico dei costi (ISC). Questo a prescindere dai potenziali rendimenti realizzabili.

Pensione integrativa - Indicatore sintetico dei costi

Pensione integrativa – Indicatore sintetico dei costi

L’indicatore sintetico dei costi è una stima dell’incidenza percentuale annua dei costi sulla posizione individuale di un Aderente tipo  trentenne. L’ipotesi stima versamenti contributivi annui di 2.500€ ed ipotizza un tasso di rendimento annuo degli investimenti del 4,00%. L’indicatore mostra di quanto, nei quattro diversi periodi di tempo considerati (2, 5, 10, 35 anni), si riduce per effetto dei costi il potenziale tasso di rendimento dell’investimento rispetto a quello di un’analoga operazione che non ne fosse gravata. Dal calcolo sono escluse le commissioni di negoziazione e le altre spese aventi carattere di eccezionalità o collegate ad eventi non prevedibili a priori, come le commissioni di incentivo (che peraltro sono sempre più frequenti). Per periodi di partecipazione più brevi, si registrano valori dell’ISC più elevati. Ciò deriva dal fatto che nei primi anni di partecipazione l’incidenza sulla posizione individuale delle spese in cifra fissa e di quelle in percentuale sui versamenti è più rilevante. Questo in quanto  l’ammontare accumulato è ancora esiguo.

Come si può notare dalla tabella allegata i Fondi Pensione Negoziali (FPN)  presentano un ISC (oneri amministrazioni e spese gestione finanziaria) molto basso.

Attualmente ammonta a circa lo 0,3% annuo su di un orizzonte di 35 anni di permanenza. I FPN sono organizzazioni senza scopo di lucro. Solo i costi effettivamente sostenuti dal Fondo (amministrativi e finanziari) si riflettono sul valore della posizione individuale dei singoli iscritti. Le spese sostenute dall’iscritto costituiscono per il Fondo entrate destinate a coprire gli oneri effettivamente sostenuti.

Per quanto riguarda i Fondi Pensione Aperti (FPA), così come nei PIP, gran parte delle spese che l’iscritto sostiene sono determinate a priori dalla società. Tali spese sono destinate a coprire gli oneri effettivamente sostenuti, a remunerare il rischio di impresa e la rete di vendita. Generalmente l’offerta collettiva tende ad abbattere le spese di adesione e i costi amministrativi annui. Le commissioni di gestione applicate dai FPA vanno dall’ 1% al 2,3% annuo. I FPA individuali sono più costosi di quelli collettivi e quelli azionari hanno oneri sensibilmente più elevati degli obbligazionari. Da alcuni anni, la COVIP sottolinea nelle sue relazioni periodiche l’alto livello dei costi dei Piani Individuali Pensionistica (PIP). Tuttavia, proprio i PIP hanno fatto registrare negli ultimi anni un maggior dinamismo, con incrementi delle adesioni molto superiori a quelli delle altre forme pensionistiche complementari. La ragione del loro successo risiede nelle reti di vendita. I Pip sono infatti collocati attraverso un sistema commerciale di promotori e di agenzie a cui conviene piazzare i piani individuali proprio a causa delle alte commissioni.

A titolo esemplificativo abbiamo confrontato uno dei migliori Fondi Pensione in circolazione (sottoscritto anche da chi vi scrive) con un Pip di una nota Sgr (uno dei più venduti in Italia).

Fondo Pensione Vs Pip

Fondo Pensione Vs Pip

Abbiamo ipotizzato di versare in entrambi i casi 5.040 euro annue (quasi il massimo deducibile) in quote mensili da 420 euro. Si considera di versare per 35 anni e di ottenere un rendimento medio di periodo del 5%. Il capitale versato alla fine del periodo sarà ovviamente lo stesso in entrambi casi (176.400 euro).

Ma l’incidenza dei costi (che nel caso del Fondo Pensione Aperto è dello 0,75%, contro il 3,50% del FIP) avrà un impatto decisivo sul montante finale e di conseguenza sulla futura prestazione pensionistica.

Puoi notare infatti che nel primo caso l’importo finale sarà di 404.907,75 euro contro i 231.807,98 del Fip, una differenza abissale di 173.099,77 eur. Tutto ciò facendo solo attenzione allo strumento che scegliamo. Le differenze sono rilevanti anche su periodi inferiori (8.327,31 dopo dieci anni e 40.982,43 dopo vent’anni). I Fondi Pensione Aperti, garantendo bassi ritorni in termine di redditività a chi li colloca, vengono in genere consigliati solo dai Consulenti Finanziari Indipendenti. Non avendo ritorni in termini provvigionali, non abbiamo nessun interesse a spingere prodotti costosi e poco efficienti per i nostri clienti!

Oltre ai costi, un altro aspetto fondamentale da evidenziare è l’importanza di partire prima possibile con i versamenti nel Fondo Pensione. La capitalizzazione composta, definita da Einstein l’ottava meraviglia, gioca infatti nel tempo un ruolo decisivo.

Lo Staff di Consulenza Vincente rimane a Tua disposizione per approfondire questo argomento di vitale importanza ai fini di una corretta pianificazione finanziaria e di una maggior serenità futura.

 
Fabrizio Taccuso  

 

 

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Pensione integrativa

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