La rendicontazione MiFID è uno dei pochi strumenti che la normativa europea mette direttamente nelle mani del risparmiatore — eppure la maggior parte delle persone lo riceve, lo sfoglia distrattamente e lo archivia senza capirne il valore. Forse ti è già capitato: ti arriva per posta o per email un documento di dieci, venti, talvolta trenta pagine, denso di tabelle e percentuali, con un titolo burocratico che non invita certo alla lettura. Lo apri, non riesci a orientarti, e alla fine pensi che se tutto andasse storto qualcuno te lo avrebbe già detto.
C’è però un problema ancora più a monte, e vale la pena dirlo chiaramente: molti investitori questo documento non lo ricevono nemmeno, o meglio, non lo ricevono in modo davvero accessibile. Nella maggior parte dei casi, il rendiconto MiFID viene semplicemente caricato nell’area riservata del portale bancario — spesso in una sezione secondaria, dentro una cartella denominata “Documenti” o “Comunicazioni” o “Archivio”, raggiungibile solo dopo due o tre click da una schermata che quasi nessuno visita. Nessuna email di avviso, nessuna notifica push, nessun segnale che qualcosa di importante é disponibile. Il documento c’è, formalmente l’obbligo è rispettato, ma nella pratica é come non ci fosse. Non é un caso: un documento che non viene letto non disturba nessuno. Se non hai mai visto il tuo rendiconto MiFID, la prima cosa da fare é cercarlo attivamente nel portale del tuo intermediario — o chiedere esplicitamente che ti venga inviato per email.
Questo ragionamento è comprensibile, ma è esattamente il tipo di errore che può costare caro nel tempo. Il rendiconto MiFID non è un adempimento burocratico da tollerare: è il rendiconto annuale di quanto hai davvero pagato per la gestione del tuo denaro e di quanto ha reso il tuo portafoglio al netto di quei costi. È l’unica occasione in cui il tuo intermediario è obbligato per legge a metterti davanti ai numeri reali, in euro, senza possibilità di nascondersi dietro le percentuali.
In questo articolo capirai cos’è esattamente questo documento e perché esiste, quali informazioni contiene e dove trovarle, come leggere le voci di costo e capire quanto stai davvero pagando, come interpretare la performance del tuo portafoglio in modo critico, e quali segnali d’allarme non dovresti mai ignorare. Alla fine, saprai cosa fare concretamente con il documento in mano.
Cos’è il rendiconto MiFID e da dove nasce l’obbligo
La direttiva europea MiFID II (Markets in Financial Instruments Directive, recepita in Italia con il D.Lgs. 129/2017 che ha modificato il TUF) ha introdotto, tra le numerose novità in materia di trasparenza, un obbligo preciso: gli intermediari finanziari che prestano servizi di investimento — banche, SIM, reti di promotori, società di gestione — devono fornire ai propri clienti un’informativa annuale completa sui costi sostenuti e sull’andamento del portafoglio.
La base normativa di dettaglio si trova nel Regolamento Delegato UE 2017/565, in particolare agli articoli 50 (rendiconto periodico) e 60-62 (informativa sui costi e oneri). A partire dal 2018, ogni anno, entro i primi mesi successivi alla chiusura dell’esercizio, il tuo intermediario è tenuto a inviarti almeno due documenti distinti, spesso raccolti in un unico fascicolo:
- il rendiconto del portafoglio, che descrive la composizione e l’andamento dei tuoi investimenti nel periodo di riferimento;
- il rendiconto dei costi e degli oneri (ex art. 50), che riepiloga tutto ciò che hai pagato, direttamente e indirettamente, per detenere e gestire quegli strumenti.
La logica sottostante è semplice ma rivoluzionaria rispetto alla prassi precedente: prima di MiFID II, era pratica comune presentare i costi soltanto in forma percentuale, spesso sparsi in documenti separati e difficilmente confrontabili tra loro. Con la nuova normativa, i costi devono essere esposti in modo aggregato, sia in percentuale sia in valore assoluto (euro), per l’intero periodo di detenzione dello strumento. Il legislatore europeo aveva capito una cosa fondamentale che la ricerca comportamentale conferma da decenni: le persone percepiscono molto meglio l’impatto di 2.500 euro che quello di “2,5% annuo”.
Un chiarimento normativo importante
Il rendiconto MiFID si applica a chi ha sottoscritto servizi di investimento (gestione patrimoniale, consulenza, distribuzione di fondi, prodotti assicurativo-finanziari ramo III). Non copre i conti deposito bancari ordinari né i conti correnti. Se detieni un dossier titoli senza alcun servizio di consulenza associato, la disciplina applicabile può essere parzialmente diversa: verifica con il tuo intermediario quale documentazione ti viene fornita e in base a quale contratto.
La struttura del documento: cosa trovi e dove
Prima di entrare nel merito delle singole voci, è utile orientarsi nella struttura generale del documento. Non esiste un formato standardizzato a livello europeo: ogni intermediario può scegliere la propria veste grafica e la propria organizzazione interna. Questo, paradossalmente, rende la lettura più difficile per il risparmiatore che deve confrontare documenti di istituti diversi o di anni diversi. Ci sono però delle sezioni che devono necessariamente essere presenti.
Il rendiconto della composizione del portafoglio
Questa sezione ti mostra cosa detieni: l’elenco degli strumenti finanziari nel tuo portafoglio con il valore di mercato a inizio e fine periodo, i movimenti in entrata e in uscita (acquisti, rimborsi, cedole, dividendi), e il controvalore complessivo. È la fotografia patrimoniale del tuo investimento.
Ciò che molti non guardano con sufficiente attenzione è la colonna relativa alla tipologia di strumento: fondi comuni di diritto italiano o lussemburghese, polizze unit-linked, ETF, obbligazioni, azioni. La composizione qualitativa del portafoglio racconta spesso, da sola, se c’è stata una progettazione razionale oppure una vendita orientata dalla logica distributiva dell’intermediario.
Il rendiconto dei costi e degli oneri
Questa è la sezione più importante, quella che devi leggere con la massima attenzione. La normativa impone che i costi siano aggregati e suddivisi in almeno tre macrocategorie:
- Costi del servizio: commissioni di consulenza, commissioni di distribuzione, oneri amministrativi del conto titoli, eventuali commissioni di negoziazione.
- Costi del prodotto: commissioni di gestione del fondo o della polizza, commissioni di performance, spese correnti (TER — Total Expense Ratio).
- Costi accessori: imposte, bollo, oneri connessi al finanziamento leva (se presente).
Tutti questi costi devono apparire sia in percentuale sul patrimonio medio detenuto nel periodo, sia in valore assoluto in euro. Se nel documento che hai ricevuto mancasse una di queste due modalità di esposizione, si tratterebbe di una non conformità rispetto al Regolamento Delegato.
La sezione sulla performance
L’andamento del portafoglio viene espresso solitamente come rendimento percentuale nel periodo, talvolta con un confronto rispetto all’anno precedente o rispetto a un benchmark di riferimento. La presenza o l’assenza di questo benchmark è uno degli elementi più rivelatori della qualità informativa del documento — e ne parleremo diffusamente nella sezione dedicata.

Come leggere i costi, soprattutto quelli che non vedi
I costi sono il cuore del rendiconto MiFID. Sono anche l’elemento su cui la maggior parte dei risparmiatori italiani ha le idee più confuse. Partiamo da un principio fondamentale: i costi sono certi, il rendimento è incerto. Il mercato potrà andare bene o male, ma quello che l’intermediario e la casa prodotto trattengono ogni anno lo paghi indipendentemente dall’andamento dei mercati. Capire quanto stai pagando è quindi il primo passo per valutare se il rapporto qualità-prezzo del tuo portafoglio è accettabile.
Dal dato percentuale al valore in euro: il salto cognitivo necessario
Supponiamo che il tuo rendiconto indichi un costo totale annuo del 2,5% su un portafoglio medio di 500.000 euro. Detto così, molti lettori pensano: “Due virgola uno percento? Non mi sembra molto.” Ma 2,1% su 500.000 euro significa 12.500 euro l’anno. In dieci anni, supponendo un portafoglio stabile e reinvestimento dei rendimenti, l’impatto composto dei costi supera facilmente i 150.000 euro!!! di rendimento potenziale perduto.
Questo non significa che pagare 12.500 euro sia necessariamente sbagliato: dipende da cosa ottieni in cambio. Ma significa che dovresti saperlo e ragionare in modo consapevole. La normativa MiFID II ha reso obbligatoria l’esposizione in valore assoluto proprio per favorire questo tipo di consapevolezza.
Le voci di costo da cercare
Quando apri la sezione dedicata ai costi, cerca in modo specifico queste voci:
| Voce di costo | Cosa rappresenta e cosa verificare |
|---|---|
| Commissioni di distribuzione / retrocessioni | Quota delle commissioni del prodotto che l’intermediario distributore riceve dalla casa prodotto. Spesso la voce più onerosa. Con MiFID II deve essere resa nota, ma non è eliminata nella distribuzione non indipendente. |
| TER (Total Expense Ratio) / Spese correnti | Costo annuo complessivo di gestione del fondo o della polizza, espresso in % del patrimonio. Varia enormemente: da 0,07% per ETF indicizzati a oltre 2,5-3% per alcuni fondi attivi o unit-linked. |
| Commissioni di performance | Trattenute sulla plusvalenza realizzata oltre un certo livello. Verificare il meccanismo: watermark perpetuo o annuale? Benchmark di riferimento? Alcune strutture penalizzano il cliente anche in anni mediocri. |
| Commissioni di negoziazione / intermediazione | Costi per l’esecuzione degli ordini. Rilevanti se il portafoglio ha avuto molti movimenti nell’anno. |
| Oneri di consulenza | Presente solo nei contratti di consulenza a parcella o in quelli di consulenza avanzata. Se assente in un portafoglio che ti è stato presentato come “consulenza”, la remunerazione avviene attraverso le retrocessioni. |
| Imposta di bollo | 0,2% annuo sul valore di mercato degli strumenti finanziari (D.L. 201/2011). Costo certo e non negoziabile, indipendente dall’intermediario. |
Quanto è “normale” pagare? I dati di riferimento
Una delle domande più frequenti è: ma questo costo è in linea con il mercato oppure sto pagando troppo? I dati disponibili aiutano a costruire un quadro di riferimento, pur con le dovute cautele.
Le analisi periodiche pubblicate da Consob e i rapporti ESMA sui costi dei prodotti di investimento al dettaglio mostrano che il costo medio complessivo (prodotto + distribuzione) dei fondi comuni di diritto italiano e lussemburghese distribuiti in Italia si colloca strutturalmente tra l’1,5% e il 2,5% annuo, con punte superiori nel segmento dei fondi flessibili e delle gestioni patrimoniali in fondi. Le polizze unit-linked e i Piani Individuali Pensionistici (PIP) mostrano spesso costi ancora più elevati, soprattutto nei primi anni di detenzione.
A titolo di confronto, gli ETF — fondi a gestione passiva quotati in borsa — hanno un costo medio di gestione (TER) compreso tra 0,05% e 0,50% annuo a seconda della classe di attivo e del fornitore. Non è detto che un ETF sia sempre la scelta migliore per il tuo profilo e la tua situazione, ma il differenziale di costo è un dato oggettivo che va considerato consapevolmente.
Il meccanismo delle retrocessioni: capire da chi è pagato chi ti consiglia
Uno degli aspetti strutturalmente più complessi del sistema distributivo italiano è il meccanismo degli incentivi (in gergo tecnico, inducements o retrocessioni). Funziona così: quando la tua banca o il tuo consulente bancario ti vende un fondo comune, non riceve solo le eventuali commissioni di sottoscrizione che paghi esplicitamente. Riceve anche una quota ricorrente delle commissioni di gestione del fondo, che la casa di gestione retrocede all’intermediario distributore ogni anno, per tutta la durata del tuo investimento.
MiFID II ha reso obbligatoria la comunicazione di queste retrocessioni — e dovresti trovarle nel tuo rendiconto dei costi, nella voce relativa alle “commissioni di distribuzione” o “incentivi”. Ciò che la normativa non ha fatto, nella distribuzione non indipendente, è eliminarle. Ha scelto la strada della trasparenza piuttosto che quella della proibizione, diversamente da quanto accade in paesi come il Regno Unito e i Paesi Bassi dove le retrocessioni sono vietate nella consulenza.
Perché questo è importante per te? Perché un consulente remunerato principalmente attraverso retrocessioni ha un incentivo economico strutturale a orientare le scelte verso i prodotti che retrocedono di più, non necessariamente quelli più adatti al tuo profilo o più efficienti in termini di costi. Non si tratta di una questione di onestà personale: è un conflitto di interesse sistemico che la normativa riconosce e cerca di mitigare attraverso la trasparenza, senza però risolverlo strutturalmente.
Come leggere la performance: ciò che il numero non dice
Il rendimento del portafoglio nel periodo di riferimento è spesso il primo dato che il risparmiatore guarda. Ed è comprensibile. Ma un numero da solo, senza contesto, è quasi privo di significato. Per valutare correttamente la performance del tuo portafoglio, devi rispondere a tre domande distinte.
Rendimento lordo, netto da costi, netto da tasse: qual è il numero che conta?
Il rendiconto MiFID dovrebbe distinguere tra il rendimento lordo (prima dei costi del servizio e del prodotto), il rendimento netto da costi ma al lordo della fiscalità, e il rendimento netto definitivo. In pratica, non tutti gli intermediari operano questa distinzione con la chiarezza necessaria.
Il numero che dovresti cercare di isolare è il rendimento netto da tutti i costi (inclusi quelli del prodotto), prima o dopo le imposte a seconda di come intendi confrontarlo. Se il tuo portafoglio ha reso il 6% lordo in un anno ma ha sostenuto costi del 2,5%, il tuo rendimento netto da costi è stato circa il 3,5% — e è su questo numero che si calcola l’imposta sostitutiva del 26% sulle plusvalenze. Capire questa catena è fondamentale per non illudersi che un buon anno di mercato si sia trasformato automaticamente in un buon risultato personale.
Il problema del benchmark assente o inadeguato
Una delle criticità più frequenti nei rendiconti MiFID italiani è l’assenza di un benchmark chiaro e credibile. Molti documenti mostrano il rendimento del portafoglio su base annua, ma senza confrontarlo con nulla. Questo lascia il risparmiatore incapace di rispondere alla domanda fondamentale: rispetto a cosa è andato bene o male il mio portafoglio?
Un portafoglio bilanciato che ha guadagnato il 4% in un anno in cui un semplice portafoglio 60% azionario globale / 40% obbligazionario ha guadagnato l‘10% non ha performato bene: ha sottoperformato significativamente. Ma senza un benchmark di riferimento, quella cifra del 4% può sembrare soddisfacente.
La normativa prevede che, quando viene prestato un servizio di consulenza o di gestione patrimoniale, sia fornito un benchmark di riferimento adeguato al profilo di rischio del cliente. Se nel tuo rendiconto manca, hai tutto il diritto di chiederlo esplicitamente al tuo intermediario e di pretendere una risposta scritta.
I segnali d’allarme nella composizione del portafoglio
Oltre ai numeri di performance, la sezione sulla composizione del portafoglio può rivelare elementi molto interessanti. Ecco i segnali d’allarme a cui prestare attenzione:
- Alta concentrazione su prodotti della casa: se il 70-80% o più del tuo portafoglio è composto da fondi di proprietà dell’istituto che ti distribuisce, questo merita una riflessione critica. Non significa automaticamente che siano prodotti inadeguati, ma che c’è un evidente interesse distributivo.
- Assenza quasi totale di strumenti a basso costo: se nel tuo portafoglio non compare nemmeno un ETF o un fondo indicizzato, non è detto che sia sbagliato, ma è opportuno chiedersi perché.
- Turnover elevato: molti movimenti in entrata e in uscita nel corso dell’anno generano costi di negoziazione e, potenzialmente, commissioni di sottoscrizione o uscita. Un portafoglio gestito con frequenza eccessiva non è necessariamente più performante, ma è quasi certamente più costoso.
- Prodotti con strutture di costo opache: polizze unit-linked, fondi di fondi, prodotti strutturati con cedole periodiche. Queste categorie hanno spesso costi totali difficili da leggere a prima vista e che emergono solo da un’analisi attenta del rendiconto.
- Data di sottoscrizione molto recente e costi di uscita elevati: se hai sottoscritto prodotti di recente e nel rendiconto emergono commissioni di rimborso anticipato significative, sei in una posizione di scarsa flessibilità operativa che vale la pena valutare.
Errori comuni e false convinzioni sul rendiconto
La lettura critica del rendiconto MiFID è ostacolata non solo dalla complessità del documento, ma anche da una serie di convinzioni radicate che portano il risparmiatore a minimizzarne l’importanza. Esaminiamone le più diffuse.
“Se la banca me lo manda, significa che va tutto bene”
Il rendiconto MiFID è un obbligo normativo, non una valutazione indipendente del tuo portafoglio. L’intermediario che te lo invia è lo stesso soggetto che ha distribuito i prodotti al suo interno e che ha incassato le relative commissioni. Nessuno può aspettarsi che un documento prodotto dall’intermediario contenga una critica alle proprie scelte distributive. Spetta a te, o a un consulente indipendente, leggere quei dati con occhio critico.
“I costi sono bassi perché non ho pagato commissioni di ingresso”
Le commissioni di sottoscrizione — le cosiddette “entrée” — sono la voce di costo più visibile, ma non sempre la più pesante nel lungo periodo. Un fondo senza commissioni di ingresso ma con un TER del 2,3% annuo può costare molto di più, nel tempo, di un fondo con una commissione di ingresso del 2% e un TER dello 0,5%. I costi ricorrenti si moltiplicano ogni anno; quelli una tantum si pagano una volta sola. È fondamentale spostare l’attenzione dal costo di ingresso al costo totale di possesso.
“Il rendimento è positivo, quindi non c’è nulla da discutere”
Un rendimento positivo in un anno in cui i mercati globali hanno guadagnato il 15-20% non è necessariamente un buon risultato: potrebbe semplicemente significare che hai partecipato solo in parte alla crescita, cedendo la differenza in costi e in scelte di allocazione non ottimali. La valutazione della performance ha senso solo in termini relativi, non assoluti. E anche in anni negativi per i mercati, un portafoglio ben costruito e a basso costo deve perdere meno di uno equivalente ad alto costo.
“Non capisco i numeri, quindi mi fido del consulente”
La fiducia nel proprio consulente non deve essere l’alternativa alla comprensione. Deve esserne il complemento. Un buon consulente spiega, chiarisce, risponde alle domande. Se di fronte a una tua richiesta di spiegazione il consulente minimizza, cambia argomento o ti fa sentire fuori luogo per aver chiesto, questo è già un segnale da non sottovalutare. Il rendiconto MiFID è prodotto appositamente perché tu possa capirlo — o almeno fare le domande giuste.
“È un documento burocratico che non serve a nulla di pratico”
Al contrario: il rendiconto MiFID è lo strumento più pratico che hai a disposizione per valutare se il portafoglio che detieni corrisponde a ciò che ti aspetti, se i costi sono in linea con il valore ricevuto, e se è il momento di avviare una conversazione strutturata con il tuo intermediario o di cercare un secondo parere professionale. È il punto di partenza di qualsiasi revisione razionale della propria situazione finanziaria.
“Le retrocessioni sono vietate, quindi quelle commissioni non esistono più”
Questo è un malinteso molto frequente. MiFID II non ha vietato le retrocessioni nella distribuzione non indipendente (come invece hanno fatto altri paesi europei). Le ha rese trasparenti e ha imposto che l’intermediario dimostri che esse non danneggino l’interesse del cliente. Ma il conflitto di interesse strutturale esiste ancora, ed è leggibile nel rendiconto che hai in mano.
La caccia al tesoro per trovare il rendiconto Mifid
Ora arriva la parte tragicomica della storia. Secondo la legge, entro il 30 aprile di ogni anno, la tua banca dovrebbe inviarti il rendiconto dei costi. “Inviarti” è una parola grossa: nella maggior parte dei casi, il documento viene semplicemente caricato in qualche sezione nascosta del tuo home banking, senza che ti arrivi alcuna notifica.
È un po’ come se il postino, invece di suonare il campanello, nascondesse le lettere in giardino senza dirti niente. Alcuni intermediari sono particolarmente creativi: mettono il rendiconto dietro PIN aggiuntivi, in sezioni con nomi poco intuitivi, o addirittura lo rendono disponibile solo su richiesta esplicita.
E qui emerge il primo grande problema: se non sai che questo documento esiste, e se nessuno ti dice dove trovarlo, come fai a consultarlo? Non è un caso che, secondo uno studio, il 35% dei clienti delle banche e il 48% degli altri investitori non abbiano mai sentito parlare del rendiconto MiFID.
C’è di più: quello che trovi facilmente è solo la versione “sintetica” del rendiconto, una specie di riassunto. Se vuoi vedere i dettagli, cioè sapere esattamente quanto hai pagato per ogni singolo investimento, devi fare una richiesta specifica. Solo il 3% degli investitori sa di avere questo diritto e lo esercita.
Cosa fare concretamente dopo aver letto il rendiconto
Una volta che hai letto il documento con la dovuta attenzione, puoi trovarti di fronte a due scenari.
Nel primo scenario, i numeri ti sembrano ragionevoli: i costi totali sono contenuti, la performance è in linea con il mercato di riferimento, il portafoglio riflette davvero il tuo profilo di rischio e i tuoi obiettivi. In questo caso, il rendiconto conferma che le cose stanno andando come previsto. Tienilo come riferimento per l’anno successivo e usalo per impostare una conversazione costruttiva con il tuo consulente sulla traiettoria futura.
Nel secondo scenario, emergono elementi che ti lasciano perplesso: costi più alti di quanto ti aspettassi, performance deludenti rispetto al mercato, concentrazione eccessiva su prodotti della casa, assenza di un benchmark chiaro. In questo caso, non si tratta di una crisi, ma di un segnale che merita approfondimento.
Hai a disposizione alcune strade:
- puoi chiedere un incontro con il tuo consulente bancario e presentargli le tue domande per iscritto;
- puoi confrontare i tuoi costi con i benchmark di mercato disponibili gratuitamente sui siti di Consob e ESMA;
- puoi richiedere un’analisi indipendente del portafoglio a un consulente finanziario autonomo (iscritto all’albo OCF, Sezione C), che non riceve retrocessioni e può darti un parere privo di conflitti di interesse strutturali.
l vantaggio di rivolgersi a un consulente finanziario indipendente
Un’altra opzione sempre più popolare è la consulenza finanziaria indipendente. Il nostro unico interesse è il tuo successo finanziario, perché veniamo pagati solo da te, con una parcella trasparente. Nessun conflitto di interesse, nessuna commissione nascosta, nessun prodotto da piazzare.
Chi si affida a un consulente finanziario indipendente paga molto di meno.
Negli ultimi anni sempre più investitori si rivolgono a noi per aumentare le proprie conoscenze finanziarie e capirne di più.
Un professionista pagato da te a parcella (fee only) parte prima dai tuoi obiettivi finanziari (e non da prodotti da vendere come fanno gli intermediari) e solo dopo individua gli strumenti finanziari migliori per costruire una strategia personalizzata.
In questo modo hai una gestione finanziaria trasparente e personalizzata che elimina i costi superflui e migliora in modo significativo la performance del tuo patrimonio finanziario.
Non lasciare che sia il caso a decidere dei tuoi soldi. Abbiamo già aiutato centinaia di investitori a ridurre drasticamente i costi dei loro portafogli, spesso risparmiando migliaia di euro all’anno.
Il rendiconto MiFID come strumento di consapevolezza
La rendicontazione MiFID non è nata per complicarti la vita con un documento in più da archiviare. È nata perché il legislatore europeo ha riconosciuto che l’asimmetria informativa tra risparmiatori e intermediari finanziari era troppo grande, e che la trasparenza sui costi reali era l’unico strumento praticabile per ridurla senza vietare intere categorie di prodotti o modelli di business.
I messaggi chiave da portarti a casa da questo articolo sono tre.
- Primo: leggi il rendiconto, non archiviarlo. Dedica anche solo trenta minuti l’anno a questa lettura: è uno degli atti di gestione finanziaria più utili che puoi compiere.
- Secondo: guarda i costi in valore assoluto, non solo in percentuale. È il numero in euro che ti dice quanto hai davvero pagato, e è quel numero che dovresti moltiplicare per i prossimi dieci o vent’anni del tuo orizzonte di investimento.
- Terzo: chiedi il confronto con un benchmark. Non accettare un numero di rendimento senza un termine di paragone: è come sapere di aver corso la maratona in quattro ore senza sapere se eri un corridore principiante o un atleta allenato.
Se hai letto il tuo rendiconto e hai domande — sui costi, sulla composizione del portafoglio, su come si confronta con le alternative disponibili — la cosa più razionale che puoi fare è chiedere un’analisi professionale indipendente. Non come atto di sfiducia verso il tuo intermediario, ma come atto di cura verso te stesso e verso i tuoi obiettivi finanziari.

Come consulente finanziario indipendente fee-only, non ricevo retrocessioni dalle case prodotto e non ho incentivi a consigliarti qualcosa che non sia nel tuo esclusivo interesse. Contattami e analizzeremo il tuo rendiconto, valutando se il tuo portafoglio è davvero allineato ai tuoi obiettivi.
Fabrizio Taccuso | Consulenza Vincente








Una risposta
Salve, vorrei, se possibile, mettermi in contatto con lei. Mi chiamo letizia giorgianni ed il mio numero è ………..